Vincenzo Brunacci è il nuovo mental coach della Talent Academy

Vincenzo Brunacci, se non il più giovane in assoluto, è sicuramente tra i più giovani mental coach d’Italia. Calabrese di Trebisacce, classe 2000, una passione per il calcio che lo ha portato a giocare nella Primavera dell’Avellino e in serie D a Gavorranno, si è diplomato a marzo, a Milano, “in tempo per non rimanere bloccato dal Covid”, nella scuola di Dario Silvestri. E a subito iniziato a lavorare come mental coach in ambito calcistico: “Seguo diversi calciatori, anche di serie B – racconta – e da settembre inizierò la collaborazione con la Talent Academy”.

In che cosa consiste il lavoro di un mental coach?

“Il lavoro sulle motivazioni, sulla determinazione degli obiettivi, sull’analisi dei problemi, sulle qualità da sfruttare, può fare la differenza nel mondo del calcio. Ormai la competizione e le aspettative sono altissime, è richiesta una concentrazione feroce in partita e anche negli allenamenti, lo stress mentale è una componente da non sottovalutare. Perché un calciatore riesca a sfruttare al massimo le sue potenzialità, bisogna che anche la mente funzioni al cento per cento. Questo è il lavoro di un mental coach, che in pratica si traduce in un rapporto quotidiano, fatto di telefonate e quando possibile di incontri di persona, per analizzare le situazioni negative e concentrarsi su quelle positive, sulle ambizioni e sulle motivazioni”.

Farai così anche con i ragazzi della Talent Academy?

“Sarà lo staff tecnico a indicarmi i ragazzi con cui lavorare, non necessariamente tutti. Verrò spesso a Torino per conoscerli e parlare con loro, poi ci sentiremo per telefono”.

Quali differenze ci sono tra un calciatore adulto e un giovane, sempre dal punto di vista mentale?

“Io mi rapporto con tutti alla stessa maniera, l’aspetto principale è dirsi reciprocamente la verità, essere leali, confrontarsi senza filtri. Poi ovviamente ci sono delle differenze: in un certo senso è più difficile lavorare con un uomo di 30 anni, che ormai ha le sue idee e le sue convinzioni, che sono difficili da cambiare. Un ragazzo di 15 anni di solito si approccia con maggiore disponibilità: un po’ come per gli allenatori e i preparatori atletici, è una “materia” più malleabile su cui poter lavorare”.