Intervista a Nello Santin

A Torino, prima di Carlos Tevez (alla Juve dal 2013 al 2015), c’era già un Apache con lo scudetto cucito sulla maglia. Si chiama Nello Santin, oggi ha più di 70 anni, e quella maglia, rigorosamente granata, gli è ancora stampata addosso. “Non so come sia uscito, quel soprannome, sarà stato per i capelli lunghi, o per la grinta. Ma io avevo anche tecnica e classe, venivo dalla scuola di Liedholm, nelle giovanili del Milan”. 
Orgoglio e umiltà, la consapevolezza di dove si è partiti e di dove si è arrivati. Dall’oratorio di San Giovanni alla Coppa Campioni. “Ho vinto tutto, è vero, grazie a dio sono entrato in quel ciclo al Milan alla fine degli anni sessanta, io che ero cresciuto lì. Potevo anche smettere a 24 anni”. Vincere al Milan di Rocco e Rivera è un conto, vincere al Toro è un altro. “Eccezionali, i 5 anni al Toro, con lo Scudetto del 1976 ma con lo straordinario campionato dei 50 punti l’anno dopo, un altro Scudetto che non ci hanno permesso di vincere, i bianconeri…” Ma quale maglia è rimasta impressa più a fondo, sulla pelle di Nello Santin? “Metà rossonera e metà granata, perché una volta messa la maglia del Toro ti rimane, quando calpesti l’erba del Filadelfia, il campo dei campioni che hanno dettato legge in tutto il mondo, la storia ti prende e non te lo dimentichi più”. 
Ma qual è il segreto di una carriera del genere, cosa devono fare i ragazzi di oggi per provarci? “Spirito di sacrificio, prima di tutto. Non puoi fare serata, non puoi saltare un allenamento. Io a 17 anni ero già grande, ero già professionista. Vengo da una famiglia di poveri emigranti dal Veneto, siamo andati da Cinisello Balsamo a Milano solo perché mio padre ha vinto alla Sisal. Ho vissuto il dopoguerra, so cosa vuol dire avere fame, dividere il pane con 10 fratelli. Quando ho avuto fortuna con il pallone, mi sono ricordato com’era prima e non ho fatto la fine di tanti altri, quando hai soldi e gloria non è facile, ma io dopo il campo andavo a dormire. Prima o poi la mazzata arriva, solo se hai carattere riesci a rinascere”. 
Qual è stata la tua mazzata? “L’infortunio in Coppa Campioni con l’Ajax, ho perso il tram per il Milan e per la Nazionale, perché dopo tutte le giovanili azzurre era il mio momento. La chirurgia non era come oggi, ho perso 6 mesi e poi ho deciso di operarmi, contro il volere del Milan. Poi mi diedero in prestito a Vincenza, da li con carattere e voglia sono ritornato in alto. Ma se non fai sacrifici, non torni”.
Però al Milan hai avuto anche grandi maestri, hai diviso lo spogliatoio con personaggi indimenticabili. “Il primo è Trapattoni, campione anche come uomo, si vede dalla carriera che ha fatto da calciatore e da allenatore. Io andavo a Milanello a piedi, passava Altafini in Posche e non mi prendeva su, passava Trap e mi dava un passaggio sulla sua Millecento, la differenza è questa, questi sono i personaggi veri. Anche con Rivera qualche uscita l’abbiamo fatta, aveva pochi anni più di me ma era il capitano e comandava tutti. Era un altro mondo, noi giovani – io, Maldera, Prati – portavamo le borse dei vecchi, io cercavo sempre quella di Rivera o di Maldini. Vaglielo a dire adesso, ai giovani, di portare le borse degli altri…
Tu sei stato scoperto all’oratorio, quella dimensione di calcio che Rivera, come presidente Sgs, voleva riscoprire. Come si fa ad emergere, oggi? “Una volta si diventava campioni senza saperlo. Terra battuta, croste sulle ginocchia che si riaprivano ad ogni scivolata. Poi passava un osservatore e ti cambiava la vita. Da noi è passato prima quello dell’Inter, ma non mi prese perché ero troppo “picinin”, mi scartò il grande Meazza. La mia famiglia era interista, ci rimasi male. Tre mesi dopo mi prese il Milan, e in un derby di giovanili Meazza mi ha riconosciuto e si pentì, “hai visto com’è cresciuto”, diceva. Oggi è dura, perché sacrifici non ne fa più nessuno, o li fa chi è povero, ragazzi del sud o stranieri. Io giocavo con un pallone di carta e fili di ferro, oggi senza le scarpe di marca non vanno neanche ai giardinetti. Ma devi meritartele, quelle scarpe… ma vallo a dire ai ragazzi di oggi, o ai loro genitori”.
Beh, i ragazzi della Talent Academy almeno un po’ di quella fame ce l’hanno. “Sì, è un’accademia diversa dalle tradizionali Scuole calcio, da qui qualcuno può uscire, perché sono ragazzi che fanno sacrifici, lontano dalla loro famiglia e dai genitori, questa è la loro fortuna. Lo vedi dagli allenamenti: sono cattivi, reattivi, attenti a quello che dici, ai movimenti che gli fai vedere. Questi ragazzi hanno fame”.
E tu gli insegni il calcio, dall’alto della tua esperienza. “Io volevo fare l’allenatore, avevo iniziato al Torino, ma l’arrivo di Moggi mi ha tagliato le gambe. Adesso insegno ai giovani e mi diverto, partendo dalla base, stop e passaggio, cosa che nessuno fa più. Con Melotti ci conosciamo da anni, mi ha chiesto di lavorare con lui e devo dire che questa è la miglior realtà che abbia trovato, non sono dilettanti allo sbaraglio, è una scuola vera, che insegna il calcio. Faccio un esempio. Ormai tutte le squadre giocano a zona, la marcatura a uomo non esiste più. Risultato, non ci sono più i difensori di una volta. Allora, alleniamo la tattica a zona e curiamo i piedi buoni, ma insegniamo anche la marcatura, nei 16 metri fa la differenza. Per questo insegniamo a seguire l’uomo, dove mandarlo nell’uno contro uno, come stargli dietro senza farlo girare, come saltare di testa senza perdere di vista né palla né uomo, i fondamentali, insomma. Se sai giocare bene a zona, e sai anche stare sull’uomo, solo così sei un difensore eccezionale”.

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