Intervista a Christian Manfredini

Chissà quanti, di questi tempi di scarsa memoria, ricordano Christian Manfredini. L’ala con le treccine, da Battipaglia alle giovanili della Juve, tanta gavetta prima dell’esplosione nello spettacolare Chievo di Delneri. “Un percorso lungo e bello, che mi è servito tanto. Ho giocato in tutte le categorie, ho sofferto e imparato. Nelle giovanili della Juve ero uno dei più quotati, molti sono andati subito in serie A o in serie B, io pensavo di seguire le loro orme, invece sono finito in C1 e ho fatto una lunga gavetta. Ma ripensandoci a mente fredda, sono rimasto più anni in serie A di quasi tutti gli altri, vuol dire che a qualcosa è servito”. Poi la Lazio, prima la maturità calcistica, poi due anni di lotta “sindacale”: “Gli anni migliori della mia carriera li ho giocati al Chievo, ma chi vuole il grande calcio non può fermarsi in piccole realtà, per quanto belle. L’esperienza con la Lazio è stata giusta da provare, ho giocato con grandi campioni e vinto una Coppa Italia. Poi è finita male perché c’era una persona che dettava legge, se non voleva più un giocatore, pensava di poter interrompere il rapporto fregandosene dei contratti. Io avevo 34-35 anni, e gli ho fatto la guerra. Fossi stato più giovane, non l’avrei fatto. Non ho giocato per due anni, ma ho pensato che fosse giusto così. Ma alla fine ho perso io perché non ho giocato, non ho fatto quello che mi piaceva fare”.

Passione vera, autentica, quella che Manfredini, ivoriano naturalizzato italiano classe ‘75, trasmette ai bambini della Scuola calcio che porta il suo nome. L’ha aperta insieme ai suoi amici sei anni fa, sede a Battipaglia, provincia di Salerno, il paese dove Manfredini è arrivato a due anni. “È una Scuola calcio che porta il mio nome, la gestiscono i miei amici. C’erano 30 ragazzi il primo anno, sono 200 adesso; per tre anni siamo stati affiliati alla Juventus, adesso camminiamo sulle nostre gambe. Seguiamo una fascia d’età dai 5 ai 14 anni. È bello seguire i giovani, magari qualcuno si farà, ma per adesso li alleniamo e li educhiamo. Sono piccoli, devono solo divertirsi, sempre con il pallone tra i piedi però, basta correre intorno al campo. Il ruolo sociale è quello più importante, poi man mano che si cresce inizia a contare anche l’aspetto tecnico. Il campione puoi aiutarlo a uscire, ma devi essere fortunato a trovarlo”.

Come si aiuta un ragazzo ad emergere? “Strutture e occasioni, quello che manca al sud. Noi abbiamo cambiato la mentalità di Battipaglia con un centro sportivo con campi in erba sintetica e istruttori formati nelle Juventus Academy. Ma siamo un’eccezione. Al capitolo occasioni sta l’affiliazione della mia Scuola calcio con la Talent Academy. Se noi gli troviamo qualche giovane interessante, lo prendono, lo allenano e lo propongono alle società professionistiche: insieme vogliamo offrire occasioni. La differenza sta nell’avere la possibilità di fare le cose, poi ognuno se le deve sfruttare al meglio. Perché per chi vuole diventare calciatore non c’è solo la massima serie, puoi fare il calciatore in tutte le categorie, crescendo nel carattere e nella mentalità”.

Un po’ come hai fatto tu…

“Sì, l’importante è fare tutte le categorie a salire, come ho fatto io, e non a scendere…