IL presidente

Franco Melotti

Un ragazzo di 81 anni. È Franco Melotti, lo scopritore – tra gli altri – di Fabio Quagliarella, Sergio Pellissier, Emanuele Calaiò, Simone Tiribocchi e tanti altri, che in questa sua “seconda giovinezza” ha deciso di riprovarci con la Talent Academy: “Mi piacerebbe mandare un altro ragazzo in serie A, nel calcio che conta davvero”, racconta con gli occhi sognanti. Poi lo vedi in campo, che nota un movimento sbagliato, ferma il gioco e interviene, racconta, spiega come stanno le cose, con gli occhi attenti di chi conosce il pallone in tutte le sue sfumature.

Vado per gli 82 anni, ma sono ancora in forma, ogni tanto metto la tuta e scendo in campo. Il segreto? Vita regolare e pochi vizi, tutte le sere prendo un brodo e basta, da 40 anni”.

Serio e rigoroso, ambizioso e concreto, sognatore ma con le idee chiare Franco Melotti lo è sempre stato, per carattere e per necessità. Il racconto della sua vita è un romanzo che attraversa la storia d’Italia. “Sono nato nel ’37 a Castelfranco Emilia. Mio padre era in guerra, mia mamma è morta nel ’41 e fino ai 7 anni ho vissuto in orfanotrofio. Mio padre è tornato nel ’45, si è risposato ed è andato via, quindi a 8 anni mi sono ritrovato a vivere da solo, di espedienti, un po’ da mia nonna, un po’ per la strada: mangiavo la frutta dagli alberi, chiedevo pane e latte nelle case, mi ricordo il freddo nelle notti d’inverno…

La “salvezza” di Franco Melotti è arrivata sotto forma di pallone. “Ho provato a lavorare – racconta – caricando legna e carbone, ma ho resistito una settimana, la mia prima e ultima sotto padrone. A 12 anni ho iniziato a giocare a pallone nel Castelfranco, ero bravo e ho sfruttato la conoscenza con Arduino Natalini, che era del mio paese e giocava a Bologna, in serie A. Già a 15 anni ho fatto un provino e sono andato a giocare a Vasto, in Abruzzo, mi davano da dormire e mangiare e anche un piccolo rimborso: subito in Prima squadra, giocavo esterno sinistro anche se sono destro di piede, maglia numero 11. Abbiamo vinto il campionato di Promozione, l’anno dopo ho vinto il titolo di capocannoniere, a 17 anni. Da lì, non mi vergogno a dirlo, ho iniziato a giocare per soldi”.

Ogni stagione, una maglia nuova. “Mi ha tesserato il Modena, in serie A, ma non mi pagavano e io ho preferito andare in cerca dei migliori ingaggi. A 18 anni, per passare al Sassuolo, mi hanno dato 500mila lire, allora lo stipendio medio era di 30mila lire al mese, sono arrivato a prendere anche due milioni… Per me, che avevo sofferto il freddo e la fame, erano cifre incredibili. Ero libero di andare dove volevo, ero appena maggiorenne ma già adulto. Ho girato tante squadre del sud Italia, Licata, Canicattì, Castrovillari, dove ho smesso di giocare presto, a 29 anni, per aprire la mia Scuola calcio”.

Dal mestiere di calciatore a quello di allenatore e talent scout, la “seconda vita” di Franco Melotti. “Ci ho provato a Castelfranco Emilia, ma lì i ragazzi preferivano andare a ballare. Allora mi sono trasferito a Torino, dove ho conosciuto mia moglie, e facevo l’allenatore in quello che oggi si chiamano gli individual. Ma alla fine sono tornato a  Castrovillari, dove il mio ultimo presidente, Nino Di Diego, mi ha aiutato a iniziare. La svolta quando ho visto un talento incredibile sulla spiaggia di Corigliano Schiavonea: era Cosimo Sarli, aveva 14 anni e aveva già la struttura di un adulto. È lui che mi ha portato il suo amico Rino Gattuso, che allora per guadagnare qualcosa aiutava a scaricare il pesce. Io Io avevo preso in affitto il campo del Corigliano Schiavonea per due ore al giorno, così nata la scuola calcio. Nel giro di qualche mese avevo una squadra, facevamo amichevoli in tutta Italia e vincevamo noi. Sarli l’ho dato al Torino, Gattuso andò al Perugia dopo un solo anno. Loro fisicamente c’erano, il problema è questo anche oggi, con la velocità che ha assunto il gioco del calcio, se non hai fisico non puoi competere”.

Si chiamava – continua Franco Melotti – Torino International Soccer School: negli anni ho dato tanti giocatori al professionismo, ricordo Meligeni ed Esposito all’Inter, al Torino dopo Sarli è andato anche Marchese. Gigi Gabetto, che era il responsabile del Settore giovanile, mi ha portato al Torino, dove ho lavorato per sette anni, dal ’95 al 2002. Avevo la mia scuola calcio sui campi che allora erano della Gabetto, al confine tra Torino e Grugliasco, e gestivo una struttura recettiva vicino al campo di corso Agnelli, dove ospitavo una trentina di ragazzi, miei e anche quelli tesserati al Torino. Qui sono passati Quagliarella, Calaiò, Tiribocchi, Pellissier e tanti altri che hanno giocato in serie B come Lo Gatto, ma anche Cacia che giocava nella Gabetto e da lì è andato a Piacenza”.

Qui sono nati rapporti di amicizia che durano ancora oggi. “Ero il loro tutor, per alcuni sono stato un secondo padre. Quella di Amauri è una storia che merita di essere raccontata, spiega com’era il calcio fino a qualche anno fa. C’era un procuratore che allora andava per la maggiore, Apollonius Konijnenburg, un olandese di origini greca che viveva a Montecarlo, è lui che ha portato i tre olandesi al Milan, per capire il livello. Lui ha portato Sarli al Southampton e Gattuso ai Rangers di Glasgow, lui mi ha portato Amauri dalla Svizzera: per sei mesi ha abitato a casa mia, poi se lo è preso il Napoli, fu una specie di scippo. Ma Amauri mi è sempre stato riconoscente, siamo rimasti in contatto finché è rimasto in Italia”.

Poi tutto è finito improvvisamente: “Sì, il fallimento del Torino del 2005, dopo le presidente di Aghemo e Cimminelli, è stato un vortice che ha messo tutti in difficoltà. Io in realtà ho continuato senza particolari problemi con la mia scuola calcio per alcuni anni, finché non ho deciso di andare in pensione”.

E adesso si è riaccesa la scintilla… “La passione per il calcio non muore mai, l’odore dell’erba è sempre il più buono, indossare la tuta e scendere in campo mi fa sentire giovane. È vero che sono cambiati i tempi, ora tutto è più difficile perché tutti vogliono i risultati subito, ma dopo quattro anni ho deciso di rientrare nel calcio, mi hanno convinto alcuni amici come Salvatore Praino, che anni fa ho allenato e mandato in serie C, e ora prepara al calcio i ragazzi, sarà lui a prendere il mio posto. Nella vita, come nel calcio, tutto torna: tra i ragazzi che alleniamo oggi ci sono i due figli di Sarli, Nicolò e Ilyas”.

Alla tenera età di 81 anni, Franco Melotti non ha smesso di sognare… “Voglio creare ancora un nuovo, grande giocatore. Poi basta, appendo gli scarpini al chiodo”.


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